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Francese accusata di spionaggio paga multa 285mila dollari

TEHERAN (Reuters) – Un’insegnante francese arrestata con l’accusa di spionaggio dopo le elezioni dello scorso giugno in Iran potrà lasciare il Paese dopo che la condanna al carcere è stata commutata nel pagamento di 285mila dollari. Lo ha annunciato oggi il suo avvocato.

“Il caso di Clotilde Reiss si è concluso… Ho pagato una multa di 285mila dollari stamattina. Avrò il suo passaporto domani e potrà partire subito dopo”, ha detto alla Reuters Mohammad Ali Mahdavi-Sabet.

Reiss, che era libera su cauzione e si trova presso l’ambasciata francese, è stata accusata di aver preso parte a un piano occidentale per destabilizzare il governo iraniano dopo le elezioni dello scorso 12 giugno in cui il presidente Mahmoud Ahmadinejad è stato rieletto.

Si tratta di un caso che ha creato tensioni tra la Francia e l’Iran, che si sono aggiunte a quelle sul programma nucleare di Teheran. La Francia dice che Reiss è innocente e aveva chiesto il suo immediato rilascio.

La donna è stata arrestata a Teheran a luglio quando si preparava a lasciare il Paese dopo cinque mesi di lavoro all’Università di Isfahan.

Reiss è una delle migliaia di persone arrestate nei disordini seguiti alle elezioni. La maggior parte sono state liberate, ma alcune decine sono state condannate a pene fino a 16 anni di carcere e due sono state impiccate lo scorso gennaio.

Il procuratore di Teheran Abbas Jafari Dolatabadi, secondo quanto riportato dall’agenzia stampa semi-ufficiale Fars, ha detto che “le condanne a morte di sei persone arrestate nelle proteste post-elettorali sono state confermate. Ma hanno chiesto di essere perdonate”.

Source: Reuters Italia

L’Iran rimane il paese con il più alto numero di giornalisti incarcerati

Secondo un censimento fatto da CPJ (Committee to Protect Journalist) almeno 35 giornalisti sono stati incarcerati dal primo di maggio, insieme ad altri 18 giornalisti in semi-detenzione nella Repubblica Islamica d’Iran.
Secondo CPJ questi numeri riflettono la politica di un governo intento a far tacere i giornalisti e a reprimere la libertà di stampa.

Il direttore esecutivo di CPJ ha detto: “La leadership iraniana continua a reprimere la libertà di stampa, questa linea politia sta facendo un enorme danno nella società iraniana.”

Sempre secondo CPJ l’Iran è il paese con il maggior numero di giornalisti incarcerati, quando CPJ ha iniziato a condurre questo censimento, solo la Cina era seconda all’Iran con 24 giornalisti incarcerati. Il censimento inoltre mostra che il numero dei giornalisti incarcerati in Cina è rimasto invariato, mentre sappiamo che in Iran questo numero continua ad aumentare.

Source: cpj

Iran: giornalisti sotto assedio

Circa 70 giornalisti sono attualmente in prigione nella Repubblica islamica e molti altri, come me, sono liberi su cauzione, senza alcuna sicurezza. Temiamo che qualsiasi cosa scriviamo possa essere usata come prova di ‘propaganda contro il sistema’ o di ‘cospirazione contro la sicurezza nazionale. Cerchiamo di scrivere il meno possibile” (dalla lettera aperta del giornalista Zhila Bani Ya’qoub al capo dell’autorità giudiziaria).

Giornalisti iraniani e blogger sono sempre più sotto assedio nel più grande giro di vite sulle voci indipendenti e sul dissenso della storia dell’Iran contemporaneo.

Dalle contestate elezioni presidenziali del giugno 2009, le autorità hanno intensificato la già esistente repressione sugli organi di stampa tradizionali e sui sempre più numerosi cittadini che ricorrono alle nuove tecnologie per denunciare le violazioni dei diritti umani.
Secondo le organizzazioni che si occupano di libertà di stampa, l’Iran è la più grande prigione di giornalisti al mondo.

Decine di giornali e siti web sono stati chiusi, numerosi giornalisti e blogger sono stati arrestati e mandati in carcere come prigionieri di coscienza o sono stati costretti a lasciare il paese per garantirsi la sicurezza.

I contatti con gli organi di stampa stranieri sono stati criminalizzati e una nuova legge sui “crimini su Internet” sta già avendo diverse conseguenze sulla libertà di espressione.

Molti detenuti e coloro che hanno lasciato il paese lavoravano per giornali o pubblicazioni online vicini, o che erano ritenuti esserlo, ai candidati presidenziali sconfitti; altri sono freelance, e alcuni di questi avevano già perso il lavoro a causa di un precedente divieto di pubblicazione, altri ancora fornivano una voce indipendente, spesso sulla situazione dei diritti umani nel paese.

Tra le vittime della repressione figurano anche giornalisti che si occupavano di violazioni dei diritti umani, come Emadeddin Baghi, fondatore dell’Associazione per la difesa dei diritti dei detenuti. Alcuni giornalisti sono stati condannati a lunghi periodi di detenzione nei cosiddetti “processi spettacolo” e in carcere hanno subito torture e maltrattamenti.

Molti di coloro che sono tornati in libertà sono ancora sotto pressione e hanno dovuto ripudiare le loro azioni per ottenere la cauzione. I familiari dei detenuti sono spesso minacciati o arrestati per brevi periodi. In alcuni casi sono stati ammoniti a non parlare con la stampa delle situazione dei loro cari, altrimenti questi non sarebbero stati liberati.

Source: AI