Esecuzioni

Gli ultimi attimi di Farzad, Ali e Farhad, lettera di Majid Tavakoli

ENGLISH

[Questa lettera è stata scritta da Majid Tavakoli, per commemorare e ricordare i suoi amici, Farzad, Ali e Farhad, che sono morti in nome di un sogno, in nome della libertà]

Ci hanno informato che Ali era stato portato alla sezione 209. Nell’edificio le linee telefoniche erano state interrotte. Ho provato a chiamare dal telefono della sala in cui mi trovavo, ma anche lì la linea non funzionava.

Quando andammo di sotto, Farzad disse: “Anche io sarò spostato nella sezione 209”. Ma si rivelò essere una bugia, perché lo portarono alla sezione 240.

L’annuncio di sabato pomeriggio mise tutti in agitazione. Di solito, loro annunciano le esecuzioni dei prigionieri politici il sabato pomeriggio. Il mio corpo divenne greve perdendosi nella tristezza, ma Farzad continuava a dire che nulla sarebbe accaduto. Disse che erano solo andati a fargli alcune domande. Lui sapeva che cosa lo aspettava, ma come sempre, aveva un atteggiamento positivo e a cercato di vivere anche gli ultimi attimi con positività.

È stato difficile crederci. Fino ad un attimo prima, eravamo insieme in biblioteca. Ali aveva smesso di giocare a pallavolo. Si era lavato la faccia e si preparava. È stato molto difficile e doloroso. Intorno a quest’ora, dopo che Ali aveva finito il suo allenamento, veniva da me per studiare fisica insieme. Voleva dare gli ultimi due esami, così da laurearsi in giugno. Dal suo stato d’animo nessuno avrebbe mai detto che si trovava nel braccio della morte.

Anche Farzad si stava preparando per gli esami universitari. La storia del suo fidanzamento e del suo matrimonio era dolorosa da sentire. Mi si spezza il cuore quando ripenso al coraggio di quella giovane ragazza, così presa e affascinata dall’atteggiamento di Farzad per la vita, affascinata dalla sua anima, da sposare un ragazzo che si trova nel braccio della morte.

Non era la prima volta che vedevo i miei amici in questo stato. Nell’estate del 2008 avevo già incontrato degli amici nella sezione 209.
La prima persona che visto, dopo essere stato rilasciato dall’isolamento, è stato Farhad. Stava facendo vedere agli altri prigionieri i disegni fatti da suo figlio. La sua forza d’animo è stata per tutti noi un esempio. Dopo ho incontrato anche Ali e Farzad. Ali era sempre calmo e Farzad era un punto di riferimento per tutti noi. Da solo rappresentava un intero popolo, e andava fiero di ciò. Farzad era sempre felice, rideva ed era pieno di speranza, nonostante le difficoltà, le umiliazioni, gli interrogatori, le torture fisiche e le sentenze ingiuste da parte del Tribunale Rivoluzionario.

Farzad arrivo al carcere di Evin per la seconda volta, durante gli arresti avvenuti a Sanandaj. La sua spalla era lussata, i suoi denti erano rotti ma la sua determinazione era più forte che mai.

Quando Ali e Farzad furono trasferiti dal carcere di Rajai Shahr alla sezione 240 di Evin per l’esecuzione, per tutti noi che ci trovavamo nel reparto 7 fu una scusa per andarli a trovare  nel reparto 8.

Seduto in isolamento attendevo le 4:00, ero debole, perché stavo facendo lo sciopero della fame. Sapevo perché erano stati trasferiti e non potevo fare niente. Farzad continuava a dirmi di essere forte. Diceva che tutto sarebbe andato bene. Nonostante le difficoltà anche Ali era calmo come sempre.

Durante tutti i miei giorni di libertà, gli incontri con Farzad rendevano il mio stato d’animo tranquillo e la sua calda voce era una fonte di forza anche per mia madre. Lui mi ha fatto capire che un essere umano può realizzare qualsiasi cosa, anche se si trova nelle peggiori delle situazioni. Ma loro hanno ucciso, hanno ucciso il mio fratello curdo e per questo mi hanno spezzato il cuore. Era mio fratello, il mio insegnante, un insegnante che rappresentava la resistenza. Lui era una di quelle persone che rappresentava tutti i figli dell’Iran. Ho imparato da lui l’ABC della resistenza, la resistenza contro le torture, gli inganni e le false accuse. Ho imparato il ruolo che svolge la fede nella vita di una persona che si trova ad affrontare tali disagi. E alla fine ho capito che anche se loro torturano il tuo corpo, lo sconfiggono e maltrattano, non potranno mai portarti via la tua anima, i tuoi pensieri e le tue opinioni. Lui era il mio insegnante. Era un maestro, mi ha insegnato a sorridere, a sorride sempre. Ricordo quando mi diceva, che a prescindere dalle nostre differenze, dobbiamo e possiamo trattare tutti con umanità e con il rispetto che meritano.

Ora è andato. Non era disposto a dirmi addio e infatti continuava a dirmi: “Ci vedremo domani.” Non ha lasciato neanche che lo abbracciassi, continuava a ripetere: “Ci vedremo domani.”
Non avrebbe lasciato che l’odio dei tiranni influssi sul suo umore o che gli si togliesse lo sgabello da sotto i piedi, questo lo avrebbe fatto lui stesso.
Non ha permesso alle lunghe braccia dei tiranni di rubargli la vita. E sono certo che lui fino alla fine mantenne queste promesse. Sono certo che ha sorriso di fronte alla morte – un sorriso eroico, che resterà in eterno con  noi.

Lui insieme ai suoi amici sono scomparsi, ma il loro ricordo vivrà per sempre dentro di noi.  Ci ha lasciati sapendo di essere una brava persona, e adesso è diventato il maestro eterno, un insegnante che ora rappresenta la resistenza nei libri di storia. Lui è un pilastro di speranza. Lui ci da sempre speranza e diventa un faro di luce per tutti quelli che vogliono la libertà. Non è più con noi ma possiamo sempre ricordarne la vita.
Ricordermo quando il Ministero dell’Informazione lo costrinse a mettersi in ginocchio davanti a un’intera generazione, ma il Ministero sarà costretto ad ammettere che ha commesso un crimine.

Per dimostrarci che sono stanchi della nostra determinazione hanno preso degli ostaggi. Ma i nostri amici hanno fatto vedere loro che il potere della tirannia è nulla in confronto alla forza e alla risoluzione dei coraggiosi figli del Kurdistan. Farzad una volta ci ha riferiti che il suo interrogatore gli disse: Tu continui a riderci in faccia e intanto progetti di laurearti e sposarti.”

Farzad e Ali e Farhad avevano uno spirito combattivo. Farzad era come una nazione, Ali era un grande amico e Farhad era una montagna di forza.
Farzad sapeva che per noi lui era la roccia, sapeva che quando eravamo depressi o giù di morale, anche se non gli era permesso avvicinarsi a noi, sapeva che per quelli della sezione 7 lui era la nostra roccia. Infatti avrei utilizzato qualsiasi scusa per andare alla biblioteca, anche per poche ore, solamente per stare accanto a Farzad.

Prima di essere giustiziato Farzad stava scrivendo una lettera intitolata: “Io sono iraniano. Sono un iraniano del Kurdistan”. Quello che Farzad voleva esprimere era che pur essendo un curdo, e quindi soggetto a privazioni, maltrattamenti e torture, è importante non rinnegare la propria appartenenza la popolo curdo. Farzad ha cercato con tutte le sue forze di portare l’attenzione verso la questione dei curdi e verso i diritti delle minoranze etniche. Era preoccupato e triste, fino agli ultimi istanti della sua vita, che l’attenzione non sarebbe stata rivolta ai diritti del popolo curdo.

Farzad era un discendente del popolo curdo e si preoccupava del destino del suo popolo. Quando ci ha lasciato, avrebbe voluto che le sue lezioni, i suoi ideali dessero i loro frutti. Voleva far sapere a tutti che la violenza, le privazioni, le oppressione in Kurdistan non sarebbero finite e che altre persone sarebbero diventati degli ostaggi, sarebbero stati arrestati con false accuse proprio come è successo a lui.

Oh, quanto è crudele la tirannia, quando non teme di commettere crimini, ma Farzad ci ha in insegnato a resistere a questa tirannia.
Loro temevano il suo sorriso e la perseveranza con cui difendeva i suoi ideali, ecco perché hanno interrotto le linee telefoniche.

È stata questa paura che li ha portati a vietare qualsiasi raduno e a distribuire dolci.
È stata questa paura che li ha portati a insistere sul fatto che non bisogna nominarlo, che non bisognava parlare di lui, nonostante ciò, la sua memoria rimarrà per sempre viva e forte dentro di noi.
È stata questa paura che li ha portati a ricorrere alla legge marziale.
È stata questa paura che li ha portati a dire che avevano giustiziato dei terroristi, anche se tutti sapevano che quelli non erano dei terroristi. Sanno che tutte le accuse su Farzad sono delle bugie. Sanno anche il vero motivo per cui è stato giustiziato. Ma anche se lo hanno ucciso, non saranno mai in grado di uccidere la sua forza e determinazione. Perché la sua morte ci ha permesso di capire che la tirannia non può mai portare via i figli della nostra nazione senza che per questo si paghi un prezzo alto.

Oggi sono andato, ancora una volta in biblioteca. Farzad e Ali non c’erano più.
Farzad non era lì per parlare dei ricordi e dei nostri amici. Lui non era lî per riportare la speranza, per sedersi con me e discutere i modi per porre fine a questa sofferenza e alla tirannia. Non era più lì, per parlare della possibilità di un futuro migliore e per cantare canzoni sulla libertà. E Ali non era più nella biblioteca, dove di solito sfogliavamo i libri insieme, non era più lì per portare calma e serenità.

Anche se adesso loro non ci sono più il ricordo di Farzad, Ali e Farhad rimarrà sempre dentro di noi.
Ho promesso a Farzad di non piangere, perché così facendo avrei solo fatto un piacere ai tiranni. Ma voglio che mio fratello, Farzad, sappia che come tutti gli altri bambini di questa nazione, ho fatto voto di non dimenticarlo mai e di continuare la sua lotta per la libertà.

Majid Tavakoli

11 maggio 2010, carcere di Evin, Teheran

traduzione di: forafreeiran

Tutto il materiale di questo blog può essere distribuito liberamente, vi preghiamo solo di indicare il link del nostro blog

Annunci

Iran: Les dissidents exécutés “ont été torturés pour avouer” Au moins17 autres prisonniers kurdes en danger d’exécution imminente.

ENGLISH ITALIAN

(New York) – Les autorités iraniennes ont exécuté cinq prisonniers dont quatre d’origine kurde, sans en avertir leurs familles, et refusent de rendre leurs dépouilles a déclaré aujourd’hui Human Rights Watch. Ces exécutions font suite à des chefs d’accusation obtenus sous la torture.

Les prisonniers kurdes: Farzad Kamangar, Ali Heidarian, Farhad Vakili et Shirin Alam Holi, ont été exécutés par pendaison le matin du 9 mai 2010 à la prison d’Evine de Téhéran d’après une déclaration publiée par le bureau du procureur de Téhéran. Le gouvernement a également exécuté un autre prisonnier, Mehdi Eslamian, prétendu membre d’un groupe monarchiste interdit. Les autorités maintiennent que tous les cinq avaient été impliqués dans des « opérations terroristes dont la pose de bombe de bâtiments publics et gouvernementaux dans diverses villes iraniennes. »
« Cette pendaison de quatre prisonniers kurdes sont les derniers exemples de l’usage injuste que le gouvernement fait de la peine de mort à l’encontre des dissidents des minorités ethniques » dit Joe Stork, vice-directeur de la section Moyen-Orient de Huan Rights Watch. « La justice accuse habituellement les dissidents kurdes, y compris les militants des droits civiques, d’appartenance à des groupes armés séparatistes et les condamne à mort pour tenter d’écraser la dissidence. »
La déclaration du procureur de Téhéran prétendait que Kamangar, Heidarian, Vakili, et Alam Holi avaient avoué leur appartenance au parti interdit Vie Libre du Kurdistan ou PJAK et étaient impliqué dans des attentats à la bombe dans le nord ouest de l’Iran ainsi qu’à Téhéran. Le PJAK est considéré comme la filiale iranienne du parti turc interdit des Travailleurs du Kurdistan ou PKK.
Le gouvernement accusait le cinquième prisonnier, Eslamian, d’implication dans un attentat à la bombe d’un sanctuaire de la vie méridionale de Shiraz en 2008. Les autorités prétendaient qu’Eslamian était sympathisant du groupe monarchiste Anjoman-e Padeshahi ou assemblée du royaume. Le gouvernement a, plus tôt dans l’année, exécuté deux autres prétendus membres de ce groupe Arash Ramanipour et Mohammad-Réza Ali Zamani
La 30ème cour du tribunal révolutionnaire a condamné Kamangar, Heidarian et Vakili à mort le 25 février 2008. Khalil Bahramian, l’un des avocats de Kamangar qui a assisté au procès à huis clos des trois hommes, a signalé des irrégularités grossières, comme l’absence de jury, ont invalidé les décisions du procès initial et du procès en appel qui a confirmé les accusations. Bahramian a dit à la BBC dimanche que le procès de Kamangar avait duré 10 minutes tout au plus et que lorsque Bahramian avait voulu plaider, le juge lui a demandé « d’écrire ses arguments. »
« Finalement, il n’a pas entendu ce que j’avais à dire » a dit Bahramian à la BBC. Il a nié avec véhémence l’implication, de quelque manière que ce soit, de son client dans le PJAK ou dans tout autre groupe terroriste.
En plus de les trouver coupables de divers crimes contre la sécurité nationale, la justice les a condamné à mort tous les cinq pour le crime de moharebeh ou « être ennemi de Dieu ». D’après les articles 186 et 190-91 du code pénal iranien, quiconque prend les armes contre l’état ou appartient à une organisation qui prend les armes contre l’état peut être coupable de moharebeh et condamné à mort.
Les forces de sécurité ont arrêté Kamangar, inspecteur de l’éducation nationale de la ville de Kamyaran en juillet 2006 à Téhéran. En février 2008, Bahramian informait Human Rights Watch que son client avait subi de nombreuses maltraitances et tortures dans les prisons de Sanandadj, Kermanshah et Téhéran Human. Rights Watch a obtenu une copie de la lettre que Kamangar avait écrite et fait sortir clandestinement dans laquelle il détaillait les tortures subies, y compris les menaces de violences sexuelles. Bahramian représentait également Eslamian.
Vakili, Heidarian et Alam Holi ont fait des déclarations similaires indiquant que les autorités avaient fait usage de la torture pour les faire avouer. Dans ses lettres de prison, Alam Holi, une Kurde de 28 ans accusé d’avoir posé une bombe dans un véhicule à l’intérieur d’un complexe des gardes révolutionnaires, décrit les nombreux exemples de torture physiques et psychologiques infligés par ses gardines, dont des bastonnades à l’aide de câbles et matraques électriques.
Les exécutions du 9 mai ont été faites sans annonce préalable. Le gouvernement n’a informé ni les avocats ni les familles des prisonniers, ont déclaré Bahramian et les familles. Bahramian a dit à la BBC « La loi exige que je sois informé en ce qui concerne mes deux clients mais je n’ai été informé en aucune manière. » L’un des frères de Kamangar a dit à la BBC que les familles avaient appris les exécutions par la presse.
Un membre de la famille d’un des autres prisonniers a dit à Human Rights Watch que les autorités ont jusqu’à présent empêché les familles de récupérer les dépouilles pour les enterrer. D’après la coutume islamique, l’enterrement doit généralement avoir lieu aussitôt que possible et de préférence sous 24 heures.
« La justice devrait publier immédiatement un moratoire pour toutes les exécutions » a dit Stork « Y compris pour les 17 dissidents kurdes dont on sait qu’ils sont dans le couloir de la mort. »
Les 17 Kurdes qui sont sous la menace d’une exécution sont : Rostam Arkia, Hossein Khezri, Anvar Rostami, Mohammad Amin Abdolahi, Ghader Mohammadzadeh, Zeynab Jalalian, Habibollah Latifi, Sherko Moarefi, Mostafa Salimi, Hassan Tali, Iraj Mohammadi, Rashid Akhkandi, Mohammad Amin Agoushi, Ahmad Pouladkhani, Sayed Sami Hosseini, Sayed Djamal Mohammadi, et Aziz Mohammadzadeh.
Human Rights Watch s’oppose à la peine capitale, quelles que soient les circonstances en raison de son caractère cruel et inhumain.

Iran: L’ultima lettera di Farzad Kamangar

ENGLISH

Questa è l’ultima lettera di Farzad Kamangar, insegnante, oggi è avvenuta la sua esecuzione!

Farzad Kamangar ha scritto una lettera ad altri insegnanti che attualmente si trovano nel carcere di Evin. La lettera che segue è stata pubblicata dagli attivisti per i diritti umani “News Agency (Hrana)” con il titolo “Siate forti compagni miei” “Be Strong Comrades”

C’era una volta una madre (pesce) che aveva depositato 10’000 uova, ma solo un piccolo pesce nero sopravvisse. Adesso lui vive con la madre in un torrente.

Un giorno il pesciolino disse alla madre: “Voglio andare via di qui.” La madre allora gli chiese: “Dove vorresti andare?” Il pesciolino rispose: “Voglio andare a vedere dove finisce il torrente”.

[NdT farsi-inglese: “Il piccolo pesce nero” è il titolo di un libro per bambini. La storia è stata scritta nel 1967 dal maestro, dissidente, Samad Behrangi. Il libro era vietato sotto il regime dello Shah.
“Il piccolo pesce nero” racconta la storia di un pesciolino che sfida le regole della sua comunità, intraprendendo un viaggio alla scoperta del mare. Lungo la strada, il pesciolino combatte con coraggio i suoi nemici. Il racconto è considerato un classico della letteratura della Resistenza iraniana.]

Lettera di Farzad Kamangar:

Ciao compagni di cella. Ciao compagni di dolore!

Ti conosco bene: tu sei l’insegnante, il vicino di Khavaran*, il compagno di classe di decine di studenti, i quali hanno continuato la loro lotta, l’insegnante di quegli studenti, il cui unico crimine è stato quello di difendere il pensiero umano.

Ti conosco bene sei il collega di lavoro di Samad e Ali Khan. Anche tu ti ricordi di me, vero?

[NdT farsi-inglese: Khavaran è il cimitero che si trova nella parte orientale di Teheran, dove furono giustiziati molti dissidenti politici nel corso del 1980, i quali furono sepolti in fosse comuni, senza dare loro neanche un nome]

Sono io, quello incatenato nella prigione di Evin.

Io sono lo studente tranquillo, quello che stava dietro i banchi rotti, che sognava di vedere il mare da un remoto villaggio del Kurdistan.
Sono io, e anche io come te ho raccontato la storia del “Piccolo pesce nero” ai miei studenti, nel cuore dei Monti Shahoo (monte situato in Kurdistan).

Sono io, quello che ama assumere il ruolo del piccolo pesce nero.

Sono io, il tuo compagno che adesso si trova nel braccio della morte.

Ora, le valli e le montagne sono alle spalle del pesciolino, il fiume passa per un campo, da sinistra a destra altri fiumi si sono uniti e il fiume adesso trabocca d’acqua. Il pesciolini si godeva l’abbondanza di acqua… il pesciolino voleva andare nelle profondità del fiume. È riuscito a nuotare quanto voleva, senza imbattersi in nessuno.

A un tratto però, notò un folto gruppo di pesci. Erano forse 10’000, uno di loro disse al pesciolino nero: “Benvenuto nel mare, compagno!”

Cari compagni di cella! È possibile sedersi nella stessa scrivania di Samad, guardare gli occhi dei bambini di questa terra e rimanere in silenzio?

È possibile essere un insegnante e non mostrare la via ai piccoli pesci di questo paese? Che differenza fa se vengono da Aras ( un fiume nel nord-ovest dell’Iran Azerbaijan), da Karoon (fiume nel sud-ovest dell’Iran, Khuzestan), da Sirvan (un fiume in Kurdistan) o da Sarbaz Rood (fiume nella regione del Sistan e Baluchistan)?
Che differenza fa, quando il mare (il mare come unico destino) è l’unico modo per essere uniti. Il sole è la nostra guida. Lasciate che la nostra ricompensa sia la prigione, va bene cosi.

È possibile portare il pesante fardello dell’essere un insegnante, dell’essere responsabile dell’istruzione e della conoscenza e rimanere ancora in silenzio? È possibile vedere le domande che in gola si fermano (dei bambini), i loro volti malnutriti e tacere?

Com’è possibile che per insegnare la lettera H per Speranza (Hope in inglese) e la lettera E per Uguaglianza (Equality in inglese) dobbiamo trovarci nell’anno della non giustizia e dell’inuguglianza. Com’è possibile che per insegnare questi concetti si finisce ad Evin o si viene condannati a morte?

Non posso immaginare di essere un insegnante nella terra di Samad, Khan Ali e Ezzati, e non congiungermi all’eternità di Aras* . Non riesco a immaginare (testimoniare) il dolore e la povertà della gente di questa terra e non riesco a dare il nostro cuore al fiume e al mare.

[NdT farsi-inglese: Aras è un fiume nel nord-ovest dell’Iran. Samad annegò in questo fiume nell’estate del 1968. Alcuni considerarono questa morte sospetta e accusarono gli agenti del regime dello Shah, della morte di Samad]

Io so che un giorno il duro cammino degli insegnanti finirà, so che le nostre sofferenze finiranno, e gli insegnanti verranno onorati, così che tutti possono vedere che un insegnante è solo un insegnante, anche se il suo cammino è bloccato dalla selezione*, dalla prigione e dalle condanne a morte.
[NdT farsi-inglese: il processo di selezione o Gozinesh è un processo nel quale gli insegnanti vengono scelti in base al loro pensiero ideologico, politico e religioso]

Il piccolo pesce nuota calmo nel mare: affrontare la morte non è un problema per me, e non è neanche deplorevole.

Improvvisamente l’airone scese in picchiata e afferrò il pesciolino.

Un insegnante nel braccio della morte, carcere di Evin.

traduzione di: forafreeiran

Tutto il materiale di questo blog può essere distribuito liberamente, vi preghiamo solo di indicare il link del nostro blog