Diritti umani

Egitto: la rivoluzione del popolo

Secondo Al Jazeera in lingua inglese ci sono stati 30 morti ieri nelle dimostrazioni tenutesi nelle più grandi città dell’Egitto, Cairo, Alexandria, Suez, ma anche in città più piccole come Mansoura. Tra i 30 morti ci sono anche dei bambini di 4, 7 e 14 anni. Lo scontento e la rabbia del popolo egiziano è stato chiaro, il loro messaggio ancora più chiaro, ma il loro presidente, Hosni Mubarak, finalmente dopo giorni di silenzio ha tenuto il discorso che tutti ci aspettavamo, sembra non abbia sentito niente di quello che il suo popolo gli sta chiedendo. Gli egiziani chiedono che lui si dimetta e come contro risposta Hosni Mubarak ha dichiarato che lui non si dimetterà ma che cambierà il governo, questo ovviamente non è abbastanza, infatti anche oggi gli egiziani non si sono fatti sottomettere dal suo discorso arrogante e politico-strategico, infatti adesso per le strade del Cairo, Alexandria e Suez le proteste continuano. La gente urla a squarcia gola, vogliamo che Mubarak se ne vada, il messaggio è chiaro, non vogliono un nuovo governo vogliono che lui se ne vada.
L’impocrisia del suo discorso era palese, le sue bugie ancora di più, Mubarak ha affermato che è grazie alla democrazia che regna in Egitto che è stato possibile per la popolazione protestare, quello che però Mubarak non ha detto è quello che lui ha cercato di impedire, la fuga di informazioni da parte della gente, infatti già nella notte del 27 gennaio ogni via di comunicazione è stata interrottà, internet quindi anche l’accesso a twitter e facebook, due mezzi molto usati per far trapelare notizie e per poter ricevere informazioni direttamente dalla popolazione. Oltre ad internet Mubarak ha bloccato anche i telefoni, infatti la stessa Vodafon ha dichiarato che è stato il governo a chiederle di bloccare la comunicazione. Questa non si chiama democrazia, signor Mubarak, se la gente non ha il diritto di epressione e di comunicare con il mondo esterno, si chiama dittatura.
Questa censura continua, internet è totalmente bloccato, invece i telefoni sembra che stiano iniziato a funzionare da circa 3 – 4 ore.
Ieri solo al Cairo si sono radunate 50’000 persone per protestare contro Mubarak, per chiedere posti di lavoro, per chiedere di avere uno stato che non sia corrotto, per chiedere di vivere nella dignità e nel rispetto dei diritti umani.
Nel suo discorso il signor Mubarak ha dichiarato di avere sempre tenuto in considerazione l’opinione della sua gente così come dei poveri, il signor Mubarak ha avuto 30 anni ma non si è mai preoccupato di essere vicino al suo popolo e certo non lo può fare adesso, perché è la sua stessa gente che gli sta chiedendo di dimettersi e che non vogliono più ascoltarlo.
Non dobbiamo però dimenticare che Mubarak ha l’appoggio degli Stati Uniti d’America e di Israele, entrambi stati democratici che appoggiano un dittatore e su questo ci sarebbe molto da dire. Quello che adeso in questo momento di grande cambiamento è evvidente è che il governo Obama continua ad appoggiare Mubarak, prima Hilary Clinton e poi lo stesso Obama hanno tenuto un discorso che non significava niente, entrambi hanno affermato che il governo egiziano deve rispettare il diritto d’espressione e i diritti umani, ma non si sono assolutamente pronunciati sul fatto se loro appoggiano o no le dimostrazioni, questo è come dire che loro stanno ancora dalla parte Mubarak. L’unica cosa che sono stati capaci di dire è che Mubarak deve assolutamente iniziare a fare delle riforme, ma quest’ultime come sappiamo non sono assolutamente abbastanza per cambiare la condizione del popolo egiziano.
Ma l’amministrazione Obama non vuole che Mubarak si dimetta perché perderebbe il controllo della regione, questo si ricollega con la questione israelo-palestinese, infatti l’Egitto è l’alleato più importante che gli Stati Uniti d’America ha in Medio Oriente e se Mubarak si dimette l’America non sarebbe più forse in grado di contrallare la regione.
Quando si trattò di “liberare” l’Iraq, gli Stati Uniti non si posero tante domande, oggi invece per quanto riguarda l’Egitto, Hilary Clinton dice che il governo egiziano è stabile e che sta al popolo egiziano fare qualcosa, quindi gli egiziani sono lasciati a loro stessi, perché l’appoggio di Mubarak è molto più importante dei diritti umani.
Forse in questo momento stiamo assistendo al cambiamento degli stati arabi, dopo la Tunisia, l’Egitto e ieri anche in Siria e Jordania ci sono stati delle piccole proteste.
Ma quello che è sembrato molto semplice in Tunisia non sarà così semplice in Egitto, Siria o Jordania, anche perché l’esercito ha fatto la differenza in Tunisia andando contro Ben Ali, se anche in Egitto l’esercito non dovesse rispondere agli ordini di Mubarak allora il popolo egiziano avrebbe una reale possibilità di cambiamento, ma finché l’esercito appoggia Mubarak sarà molto difficile avere un Egitto libero dalla dittatura di Mubarak.

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Saba Vasefi da martedì si trova in coma, dopo che lunedì agenti di sicurezza hanno fatto irruzione nella sua casa

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In un’intervista con l’Associazione “Campagna Internazionale per i diritti umani in Iran” una fonte affidabile ha confermato che Vasefi Saba, una giovane attivista per i diritti umani, si trova attualmente in coma in seguito ad un incidente avvenuto lo scorso martedì. Secondo questa fonte, una motocicletta l’ha investita, mentre era in gita nella città di Shahriar, nei pressi di Teheran. Vasefi Saba si trovava a Shahriar per perseguire un caso di condanna a morte.
L’impatto causato dall’incidente le ha fatto perdere conoscenza e in seguito è entrata in coma. Saba si trova in coma da 72 ore. I medici hanno detto che non è chiaro quando potrà riprendere conoscenza.

Appena un giorno prima dell’incidente, le forze di sicurezza si sono recate a casa dell’attivista per arrestarla.
Vasefi Saba era stata più volte chiamata da funzionari delle forze di sicurezza, inoltre avvertimenti telefonici erano stati fatti per quanto riguarda il suo lavoro come attivista per i diritti umani.
Lunedì, un giorno prima dell’incidente, la casa di Vasefi è stata accuratamente ispezionata, e le forze di sicurezza hanno sequestrato i suoi appunti personali, la sua agenda, libri e gli appunti dei corsi che di solito dava all’università.

La fonte ha inoltre aggiunto che le forze di sicurezza hanno anche preso documenti relativi ad un progetto di ricerca su cui Vasefi lavorava da tre anni. La copia confiscata era quella finale, la quale prima di essere pubblicata è stata modificata.
Vasefi lavorava come ricercatrice presso l’Università Tarbiat Modares.

Le forze di sicurezza si sono recate a casa di Vasefi, dato che la famiglia non aveva infomazioni su dove si trovasse.

Martedì scorso, dopo molti sforzi la famiglia ha saputo che la ragazza si trovava in ospedale.
La famiglia ma sopratutto la madre di Saba sono sotto shock, dopo la scoperta dell’incidente. Adesso sperano solo che Saba possa uscire dal coma.

Contesto:

Il 20 gennaio 2010, Saba Vasefi è stata licenziata dal suo lavoro accademico presso l’Università Shahid Beheshti per motivi tuttora sconosciuti. I suoi sforzi per capire le ragioni di questo licenziamento non hanno avuto alcun risultato.

Saba Vasefi lavorava dal 2006 presso l’Università come docente di letteratura persiana.

Lettre ouverte d’un franco-iranien de 17 ans

Bonjour, amis, amies, journalistes, femmes et hommes politiques et tout simplement femmes et hommes qui voudront bien lire cette lettre.

Il y a de cela une semaine, dans une ville orientale lointaine, une ville de lumières, une ville d’amour mais aussi une ville de haine, de peur et de barbarie, un événement magnifique s’est produit. Dans cette ville, Téhéran, un homme, le cinéaste Jafar Panahi, alors qu’il était emprisonné depuis trois mois dans la sinistre prison politique d’Evin, vient d’être libéré. Qu’a-t-il fallu pour cela ?

Qu’a-t-il fallu pour que soit assurée sa liberté ?

Quelque part, à  des kilomètres à l’Ouest, quelque part où les photographes, journalistes et personnalités de ce monde aiment à se rendre.
Quelque part sur la Côte d’Azur où se déroule le plus grand festival de cinéma de la planète.
Car le cinéma est une famille et que Jafar Panahi en est un membre à part entière, qu’il avait de surcroît été nommé juré à Cannes, et qu’il fallait se battre pour sa liberté.

Or les autorités iraniennes ne l’ont pas laissé s’y rendre ! Bien sûr, tout ceci est aujourd’hui dérisoire, le plus important demeurant sa libération et pas sa présence sur un siège pour regarder des films.
Mais comment a-t-il pu être libéré ?

Bien sûr, il y a eu versement d’une caution (150 000 euros) mais comment le sanguinaire, violent, et inhumain tribunal iranien a-t-il pu libérer cet homme dont les films avaient pour seul tort de montrer le criant manque de liberté dans le pays ?
Ceci a été rendu possible durant ce festival de Cannes, grâce à une énorme mobilisation pour réclamer sa libération, et la lecture par Monsieur le Ministre de la Culture et de la Communication Frédéric Mitterrand ,de deux lettres du cinéaste aussi touchantes, choquantes que terrifiantes. Jafar Panahi a en plus pu compter sur les interventions de Juliette Binoche, d’Abbas Kiarostami, de Kristin Scott Thomas et bien d’autre.

La pression internationale de ces hommes et femmes de Culture a-t-elle inquiété ses geôliers ?
Si oui, cela signifie que la Culture, la mobilisation et le combat des lettres a vaincu la politique brutale du Régime Iranien.
Mais, si je vous adresse aujourd’hui cette lettre, ce n’est pas dans le but de me réjouir d’une libération tant attendue et si émouvante, c’est pour lancer un appel.

Depuis le 12 juin, et l’organisation d’élections massivement truquées en République islamique, les Iraniens du monde entier se battent pour changer ce Régime totalitaire qui redoute tant sa défaite. Alors que le Président américain Barak Obama tendait pour la première fois la main aux mollahs, les Iraniens descendaient dans la rue et criaient cette envie de changement. Très vite, ils se sont rendus compte qu’ils ne pourraient compter que sur eux, et que ce n’est que tous ensemble et à leurs risques et périls, qu’ils pourraient changer leur avenir.

Depuis, des centaines d’entre eux sont morts sous les balles des fusils. Comment ne pas se rappeler ces terrifiantes images de Neda, cette jeune et magnifique iranienne, abattue devant nous. Or des Neda, il y en a eu tant d’autres, anonymes, qui n’ont pas été filmées par un téléphone portable. Pire, depuis, certains ont été pendus comme modèle.
Ainsi, en soutien au peuple iranien et à leur lutte,

Je demande aux hommes et aux femmes du monde entier qui ne souhaitent que la liberté, de se battre à leurs côtés.

Je demande aux journalistes du monde entier, malgré leur expulsion d’Iran et donc le manque cruel d’images, de ne pas considérer la révolte iranienne comme une histoire passée et de continuer à en parler.
Je demande à Monsieur le Président Sarkozy de revendiquer explicitement son soutien à la cause du peuple iranien.
Je demande à chacun des Ministres des Affaires Etrangères de la planète de respecter le combat du peuple iranien et de ne pas négocier avec ce Régime assassin.
Je demande à Monsieur le Président Obama de condamner fermement tous les actes de tuerie et de barbarie dont s’est rendu coupable le Régime iranien.
Je demande à tous les chefs d’Etat de ne pas faire l’impasse sur cette révolte et de soutenir ce mouvement de contestation ainsi que d’appeler à la paix, la liberté et la démocratie en Iran.
Je demande aux chefs d’Entreprise occidentaux de laisser pour une fois la loi du marché de côté et de cesser de traiter avec ce Régime aux mains ensanglantées.

Je demande à tous les hommes de Culture de montrer leur soutien avec cette lutte courageuse et unique dans la région par des gestes et actions symboliques telle l’organisation d’événements culturels, de concerts, le port de brassards ou tout autre geste qui pourrait paraître insignifiant mais qui a son importance dans le symbole.

J’appelle le monde entier à comprendre que l’Iran du peuple est à l’opposé de l’Iran des Mollahs.

Je demande la libération de toutes les femmes et les hommes emprisonnés en Iran pour avoir exprimé leur opinion et défendu leurs droits.
Je demande la paix, la liberté et la démocratie pour cette terre lointaine qui, au même titre que la France, est aussi mon pays.

Je vous demande de transmettre cette lettre afin qu’elle soit lue par le plus grand nombre d’entre vous.

Je vous remercie,

Delazad Deghati

Università di Azad: arresti e scontri tra studenti e Basij

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Oggi 22 maggio si è tenuta una manifestazione all’Università Azad (Teheran), la manifestazione è sfociata in violenza dopo scontri con le forze di sicurezza e i Basij.

Qualche centinaio di studenti della Facoltà di Ingegneria si sono riuniti per protestare contro i risultati delle elezioni del giugno 2009, i crescenti arresti e l’espulsione di studenti provenienti dall’Università di Azad.

Questa mattina presso l’Università c’era una forte presenza di forze di sicurezza, intelligence e paramilitari. L’ingresso all’Università così come le strade circostanti erano controllate dalla polizia in anti-sommossa, la quale ha impedito a molti studenti, tra cui oltre a una cinquantina di attivisti noti, di entrare nel campus universitario.

Nel corso della giornata e dopo che le lezioni erano terminate, la folla ha iniziato a scandire slogan come: “Hossein, Mir Hossein”, “Morte al dittatore”, “Sosteniamo i nostri coraggiosi studenti” e “Tutti gli studenti incarcerati devono essere rilasciati”.

Mentre la manifestazione stava per concludersi con la celebre canzone “Yare Dabestani Man” (Il mio compagno d’infanzia) i Basij e le forze di sicurezza hanno attaccato gli studenti.
Secondo quanto riferiscono i testimoni sul posto, le forze di sicurezza, così come quelle dell’intelligence hanno iniziato ad arrestare un certo numero di studenti.

Inoltre le lezioni pomeridiane presso la Facoltà di Ingegneria sono state annullate.

Il numero esatto dei fermi e arresti non è chiaro, in quanto le linee telefoniche erano fuori uso, un ora prima della protesta.

Dopo la manifestazione, forze di sicurezza speciali, si trovavano ancora fuori dalla Facoltà d’Ingegneria. È stato anche riferito che quest’ultime hanno attaccato e picchiato gli studenti alla fine della manifestazione.

Questa non è la prima volta che una manifestazione presso l’Università di Azad sfocia in violenza, anche se il Dr. Gozashti, rettore dell’Università aveva promesso che fatti del genere non si sarebbero più ripetuti.

Gli studenti credono che l’ingresso da parte di agenti in borghese così come quelli dell’intelligence non sarebbe possibile senza la cooperazione del Rettore.
Inoltre gli studenti ritengono che l’assegnazione di Gozashti a Rettore dell’Università sia un metodo usato dal regime per aumentare la pressione sugli studenti e creare un clima di tensione.

È anche opportuno ricordare che all’inizio dell’anno scolastico 13 ottobre 2009, gli studenti dell’Università di Azad hanno protestato contro il regime. Questo ha portato ad attacchi brutali e uso di lacrimogeni da parte dei Basij e delle forze di sicurezza. Dopo questo fatto, molti studenti sono stati ricoverati in ospedale.

Durante quest’anno accademico, più di cinquanta studenti sono stati espulsi dall’Università di Azad.

Nous nous en remettons à Dieu, pas à la justice….

ENGLISH

Kalameh : A l’approche de l’anniversaire des élections présidentielles controversées de l’année dernière, plusieurs familles de prisonniers politiques ont publié une déclaration pour décrire les souffrances et les épreuves qu’elles-mêmes et leurs proches ont endurées cette année. Exprimant leurs inquiétudes, ils ont déclaré qu’il n’y avait aucune lumière au bout du tunnel en ce qui concerne la façon dont le régime traite les prisonniers politiques.

Beaucoup purgent des peines longues tandis que d’autres ont été envoyées pour d’obscures raisons, dans des prisons lugubres comme celle de Radjaï Shahr,comme il est de notoriété publique.

Lettre des FAMILLES DES PRISONNIERS POLITIQUES

Au nom de Dieu qui rend justice aux oppressés

A la grande nation iranienne,

Voilà un an que nos conjoints, parents et enfants ont été arrêtés. Pendant cette année, nous, les familles des prisonniers politiques, avons enduré  beaucoup de difficultés et de souffrances, certaines partagées avec le peuple d’Iran, d’autres que nous n’avons partagées qu’avec Dieu dans l’intimité de nos cœurs, car nul n’est plus près de nous et plus informé de la vérité que Dieu.

Aujourd’hui, écrivant cette lettre au peuple iranien, nous sommes aussi inquiets et dans l’expectative qu’au jour de l’arrestation de nos êtres chers. Il n’y a aucune lumière au bout du tunnel en ce qui concerne la façon dont le régime traite les prisonniers politiques. Beaucoup purgent des peines longues tandis que d’autres ont été envoyées pour d’obscures raisons, dans des prisons lugubres comme celle de Radjaï Shahr, comme il est de notoriété publique, alors qu’on en sélectionne certains pour des permissions accordées contre des cautions de plusieurs centaines de millions de tomans. On nous oublie, nous sommes dans le doute. Les questions nous emplissent l’esprit, des questions auxquelles le gouvernement et la justice ne répondent pas de façon convaincante claire et ouverte.

Pourquoi avoir arrêté  nos enfants ? Pourquoi les avoir forcé à participer à des procès spectacles vous souciant peu ou pas du tout de leur défense et de leur représentation légale ? Pourquoi tant d’insistance à ignorer leurs droits ? Pourquoi, au bout de tout ce temps, ne peuvent-ils toujours pas rencontrer leurs avocats ? Pourquoi leurs avocats ignorent-ils les charges qui pèsent contre eux et quand pourront-ils consulter leurs dossiers ? Pour les garder à l’isolement pendant des mois et les soumettre à des interrogatoires inhumains et les torturer alors qu’ils ont les yeux bandés ?

Pourquoi les juges prononçant les verdicts initiaux expriment-ils leur regret de les avoir prononcés après l’appel prétendant avoir alourdi les peines parce qu’ils s’imaginaient qu’elles seraient réduites par la cour d’appel ?

Les verdicts et les peines ne devraient-ils pas être prononcés suivant les crimes commis ? Pourquoi ce principe fondamental de droit et de justice ne se reflète-t-il dans aucun jugement ? Pourquoi tant de peines de prison de longue durée et de peines de mort ? Pourquoi tant de cautions de centaines de millions de tomans, une incertitude permanente et des temps d’attente qui sont de vraies tortures ? Pourquoi les enquêteurs devraient dicter leur loi aux juges et aux enquêtes ? Pourquoi n’existe-t-il pas une justice indépendante ?

Pendant des années, nous avons cru que c’était à la justice que les opprimés pouvaient s’adresser pour obtenir réparation et qu’elle s’occupait de punir les malfaisants. Au fil du temps, notre déception n’a fait qu’augmenter et dorénavant, notre seul espoir, notre seul refuge, c’est Dieu.

L’honorable procureur de Téhéran a récemment déclaré que le pire péché est de cacher la vérité. Pendant toute une année nous avons tous demandé, pourquoi cachez-vous la vérité ?

Soyons cohérents et faisons preuve de transparence dans tout ce que nous faisons. Les dirigeants, ceux qui détiennent le pouvoir, ne devraient-ils pas s’occuper de ce manque de transparence, de cette dissimulation de la vérité ? Qu’est-ce qu’un citoyen ordinaire, femme au foyer, journaliste, étudiant ou militant politique pourrait-il cacher qui ne soit révélé après tant de mois d’interrogatoires ? Ce manque de transparence et cette dissimulation de la vérité sont-elles leur priorité ou celle de ceux qui détiennent le pouvoir ?

La semaine dernière, cinq prisonniers d’Evine ont été exécutés. Ces exécutions comportent de nombreuses zones d’ombre dans les processus des arrestations, des interrogatoires, des procès, des verdicts, et dans le timing. Nous exprimons notre grande inquiétude sur le sort de nos enfants et de nos êtres chers. Nous, familles des prisonniers politiques, condamnons la façons dont ces exécutions ont été conduites.

Nous protestons contre le manque d’information sur ces exécutions et dénonçons la façon injuste dont les familles endeuillées des personnes exécutées ont été traitées. Nous demandons à la justice de commencer à traiter ces sujets avec équité, transparence et le plus grand respect de la vérité.

Signé par plusieurs familles de prisonniers politiques

Translation: Negar Irani | Persian2English.com