Lettera di Shirin Alam Hooli nella quale descrive le torture fisiche e psicologiche nel carcere di Evin

Shirin Alam Hooli è stata giustiziata il 9 maggio 2010, insieme ad altri quattro prigionieri politici. Questa è una delle sue lettere dal carcere di Evin.

Le forze di sicurezza iraniane, alcuni in uniforme altri no, mi hanno arrestata nell’aprile del 2008 a Teheran.
Sono stata immediatamente trasferita al Centro di Detenzione di Sepah e tenuta lì per 25 giorni.
L’attimo che sono entrata nel centro di detenzione hanno iniziato a picchiarmi senza farmi domande o attendere una mia risposta.

Ho trascorso 22 giorni in sciopero della fame. Durante questi giorni ho sopportato torture di ogni genere, sia fisiche sia psicologiche.
I miei inquisitori erano tutti uomini. Mi picchiavano con manganelli elettrici, cavi, pugni e calci, finché non perdevo i sensi. Poi mi legavano ad un letto.
A quel tempo avevo difficoltà sia nel parlare sia nel capire il farsi. Quando non ero in grado di capire le loro domande, mi picchiavano fino a farmi perdere i sensi.

Le loro torture finivano solamente quando arrivava il momento della preghiera, in quei attimi mi dicevano che avrei dovuto pensare, in modo che quando sarebbero ritornati avessi pronte le risposte che volevano.
Una volta tornati, io però non ero ancora in grado di rispondere, allora mi picchiavano di nuovo, ed anche questa volta fino a farmi perdere i sensi. Poi mi versavano addosso acqua fredda.

Quando hanno visto che non cedevo e che continuavo nello sciopero della fame, hanno cercato di alimentarmi artificialmente, ho di nuovo resistito strappandomi i tubi dal naso. Questo mio gesto è stato fisicamente molto doloroso oltre ad avermi fatto perdere molto sangue. Tutt’ora, anche se sono passati due anni, soffro per quel che ho fatto a me stessa.

Un giorno, durante gli interrogatori mi hanno dato dei calci fortissimi allo stomaco, erano così forti che ho avuto gravi emorragie interne.
Un’altra volta un interrogatore (l’unico che abbia mai visto in viso, tutte le altre volte ero sempre bendata in loro presenza) ha iniziato a farmi delle domande non pertinenti. Quando mi sono rifiutata di rispondergli, mi ha dato uno schiaffo e ha tirato fuori una pistola, me l’ha puntata alla testa e mi ha detto: “Rispondi alle domande. So che sei un membro del PJAK, so che sei una terrorista. Ascoltami ragazza non importa se parli o no, in ogni caso siamo felici di aver catturato un membro del PJAK”.

Una volta un medico è venuto a visitarmi, io mi trovavo in uno stato semi cosciente. Il medico ha chiesto che venissi trasferita in ospedale. L’interrogante allora ha chiesto al medico: “Perché deve andare in ospedale? Non può essere curata qui?”
Il medico ha risposto: “Non è per curarla, è per aiutarla a confessare”.

Il giorno dopo, ammanetta e bendata sono stata portata all’ospedale. Il medico mi ha fatto un’iniezione. Ho perso i sensi e in apparenza, quanto dicono loro, ho iniziato a parlare e a rispondere a tutte le domande che mi facevano esattamente nel modo che gli interroganti volevano. Hanno filmato tutto.
Una volta ripreso il controllo di me stessa e della mia mente, ho chiesto loro dove mi trovassi, e solo allora mi sono accorta di trovarmi in un letto d’ospedale. Poi, poco dopo mi hanno di nuovo trasferita in cella.

Sembrava però che a loro non bastasse la mia presunta confessione, volevano che soffrissi ancora di più.
Mi hanno costretto ad alzarmi in piedi, dopo che mi avevano picchiato i piedi, facevano tanto male che erano completamente gonfi. Poi ci hanno versato su del ghiaccio.

Dalla mia cella sentivo le urla degli altri prigionieri, giorno e notte, ciò mi ha terrorizzata ancora di più.
Più tardi però ho capito che le urla erano state registrare in modo da torturarmi anche psicologicamente.
A volte mi facevano sedere per ore intere nella stanza degli interrogatori, versandomi addosso acqua fredda, per ore e ore.

In un’atra occasione ero sempre bendata e mi trovavo nella stanza degli interrogatori. L’interrogante mi ha bruciato la mano con la sigaretta, un’altra volta l’interrogante mi ha schiacciato i piedi con le scarpe, finché le mie dita non sono diventate nere, ho avuto la sensazione che si staccassero.
A volte mi costringevano a stare nella stanza degli interrogatori per tutto il giorno, non mi facevano nessuna domanda, perché erano intenti a risolvere dei cruciverba. Volevano essere sicuri che io soffrissi.

Dopo il rilascio dall’ospedale hanno deciso di trasferirmi alla sezione 209 nel carcere di Evin, a causa delle mie ferite, non sono stata in grado di camminare fino alla sezione 209. Allora mi hanno tenuta fuori dalla sezione 209 per un giorno intero e poi finalmente sono stati cotretti a portarmi di nuovo alla clinica della prigione.

Avevo perso la cognizione del tempo, non sapevo più se era giorno o notte. Non so quanto tempo rimasi nella clinica della prigione, ma appena mi fui rimessa un poco, mi hanno trasferita alla sezione 209, e allora gli interrogatori sono di nuovi iniziati.

Nella sezione 209 avevano una tattica tutta loro di interrogare, giocavano spesso al poliziotto buono e al poliziotto cattivo.

Prima veniva l’interrogatore “cattivo” minacciandomi di torture e dicendomi che lui non era legato a nessuna legge e quindi avrebbe potuto fare di me tutto quello che voleva.
Poi l’interrogatore “buono” veniva per fermare l’interrogatore “cattivo”, mi offriva una sigaretta e l’intera scena si ripeteva per ore.

Quando non mi sentivo bene, a causa delle torture e dell’emorragia interna, mi iniettavo solo antidolorifici, così passavo anche intere giornate dormendo.
Dalla sezione 209 non mi avrebbero mai portata alla clinica della prigione per curarmi.

Shirin Alam Hooli, prigione di Evin, 18 gennaio 2010

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2 comments

  1. abbiate pazienza dio e’ anche perverso…

    spero ti sia dato un nuovo corpo , questa volta per scoprire le sconfinate sfumature di amore…
    e piangere di nostalgia per le fatiche passate…

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